Quando essere soddisfatti non rappresenta una virtù
Di Phillip G. Kayser, sermone del 29/11/2015
Parte della serie su “Progetto Apocalisse”
Il sermone di oggi riguarderà la chiesa di Sardi: il suo problema più grande era vivere con appagamento una forma di pietà esteriore quando la potenza spirituale di gran parte della comunità era svanita. Senza una santa insoddisfazione, i cristiani non possono mai trovare la vera soddisfazione.
Leggiamo Apocalisse 3, versi da 1 a 6:
1 All’angelo della chiesa in Sardi scrivi: Questo dice Colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle: ‘Conosco le tue opere; hai fama di essere vivo, ma sei morto. 2 Svegliati! Rafforza ciò che resta e che stavi per gettare via, poiché non ho trovato le tue opere compiute davanti al mio Dio. 3 Ricorda, dunque, quanto hai ricevuto e udito; serbalo e ravvediti. Se non veglierai, verrò su di te come un ladro, e non saprai in quale ora giungerò. 4 Tuttavia, hai a Sardi alcune persone che non hanno contaminato le loro vesti; esse cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degne. 5 Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche e io non cancellerò il suo nome dal Libro della Vita; confesserò il suo nome davanti al Padre mio e ai suoi angeli. 6 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.’[1]
Introduzione
Il titolo di questo sermone, Quando essere soddisfatti non rappresenta una virtù, immagino, potrebbe aver suscitato in voi qualche interrogativo. E forse le parole dell’introduzione vi sono apparse ancor più strane: Senza una santa insoddisfazione, i cristiani non possono mai trovare la vera soddisfazione. Vi starete dunque chiedendo come possa coesistere un’insoddisfazione, per quanto santa, con la soddisfazione.
Di per sé, l’insoddisfazione esprime un desiderio profondo di qualcosa che ancora non si possiede, mentre la soddisfazione rappresenta la piena contentezza per ciò che si ha. A prima vista, questi due stati d’animo sembrano inconciliabili, ma, come cercherò di dimostrare, non solo possono coesistere in noi, ma devono farlo. Nondimeno, questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con il comando divino di essere contenti in ogni circostanza.
In Ebrei 13:5 leggiamo: “Nel vostro comportamento non siate amanti del denaro [atteggiamento, questo, da ritenersi opposto alla soddisfazione] e accontentatevi di ciò che avete, perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò»”.
Il verso afferma esplicitamente: “…accontentatevi di ciò che avete”. Non esclude forse questo ogni forma di insoddisfazione? Un concetto simile si ritrova in Filippesi 4:11: “Non lo dico perché sia nel bisogno, poiché ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo”.
Notate l’espressione: “…essere contento nello stato in cui mi trovo”. Non implica ciò forse l’esclusione di qualsiasi insoddisfazione?
Eppure, comprendere correttamente questa apparente contraddizione è essenziale per evitare il rimprovero che Gesù rivolge alla chiesa di Sardi. Essa si compiaceva della propria reputazione, senza però che questa corrispondesse ad una realtà autentica, e per questo Cristo la ammonisce. Sardi si accontentava di compiere opere agli occhi degli uomini, ma il Signore la rimprovera per non averle compiute davanti a Dio. Non avrebbe dovuto accontentarsi delle apparenze. Era soddisfatta di ciò che aveva già ricevuto, eppure Gesù la riprende per non aver desiderato di più, per non aver cercato ciò che Cristo aveva acquistato per lei.
A dire il vero, esaminando il contesto più ampio dei due versetti citati poc’anzi, emerge chiaramente come vi sia spazio per una santa insoddisfazione e come lo stesso Paolo ne fosse profondamente animato in alcuni ambiti. Se da un lato Filippesi 4:11 ci esorta ad essere contenti di certe realtà, altri passi della stessa epistola ci spingono a non accontentarci del nostro stato attuale. Paolo stesso ne è un esempio eloquente: egli nutre un ardente desiderio di vedere la crescita della Chiesa, il che implica che non si accontenta del livello di sviluppo già raggiunto, ma aspira a qualcosa di più grande. L’apostolo anela ad una maggiore santificazione ed unità nella comunità dei credenti. Egli desidera vedere ogni ginocchio piegarsi davanti al Signore Gesù (Filippesi 2:10). In questo senso, il desiderare qualcosa di più rispetto a ciò che si possiede è espressione di una santa insoddisfazione.
Tale insoddisfazione è santa perché rappresenta esattamente ciò che Dio ci comanda di perseguire. Gesù non ci esorta ad accontentarci del grado in cui il suo regno è già venuto o della misura in cui la giustizia di Dio si è manifestata sulla terra. Al contrario, ci ordina di pregare incessantemente: “Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra”. Ci esorta a cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia, assicurandoci che tutte le cose di cui i senzadio sono in cerca ci saranno date in aggiunta. Non vuole che siamo insoddisfatti delle cose materiali – un’insoddisfazione, questa, pagana e peccaminosa – ma desidera che proviamo un santo disappunto per lo stato di empietà che ancora affligge il mondo.
Lo stesso valeva per Paolo. Nel capitolo 3 di Filippesi, l’apostolo considera come spazzatura le cose che un tempo desiderava ardentemente, facendo della sua vita un continuo cammino verso un guadagno maggiore in Cristo. Egli dice: “…affinché io possa conoscere lui e la potenza della sua risurrezione, e la comunione delle sue sofferenze, essendo reso conforme alla sua morte”. Vediamo come non si accontenti del grado di conoscenza ch’egli ha già di Cristo, né della misura in cui la potenza della risurrezione di Cristo opera nella sua vita. Continua a desiderare di più. Ha dunque rinunciato a ciò che un tempo bramava – quelle cose che ora considera “danno” e “spazzatura” – per abbracciare un nuovo ordine di desideri, quelli del regno.
Nei versetti 13 e seguenti dello stesso capitolo, Paolo dichiara esplicitamente di non ritenersi ancora giunto alla perfezione, ma afferma: “Una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della suprema vocazione di Dio in Cristo Gesù”. Qui egli manifesta chiaramente la sua santa insoddisfazione: non è ancora ciò che Dio lo ha chiamato ad essere, e dunque non è ancora ciò che egli stesso desidera essere. Questo anelito caratterizza non solo la sua vita personale, ma anche la sua visione per la Chiesa e per l’intero ordine creato, che ancora non riflette pienamente la gloria di Dio.
Ho analizzato ogni termine greco che esprime il concetto opposto a “soddisfazione” (o, se volete, “appagamento”, “contentezza”) e ho constatato che tali parole possono esprimere sia uno stato peccaminoso, quando rivolte a se stessi, sia uno stato virtuoso, quando orientate verso Cristo.
Un esempio significativo è il verbo ζηλόω (zeloo), che significa “desiderare ardentemente” oppure “bramare”. In 1 Corinzi 13:4, esso viene impiegato in senso negativo: “L’amore non prova invidia, né desidera con bramosia ciò che appartiene ad altri”, riferendosi al divieto di desiderare la casa, la moglie, il servo, il bue, l’asino o qualsiasi altra cosa del prossimo. Tuttavia, lo stesso termine ricorre pochi versetti dopo, in 1 Corinzi 14:1, in un contesto positivo: “Aspirate con ardore ai doni spirituali, cercando soprattutto di profetizzare”. In modo analogo, Tito 2:14 ci esorta a “desiderare con fervore le opere buone”. Dunque, il semplice atto di desiderare o di non essere soddisfatti non è intrinsecamente né negativo né positivo: tutto dipende dalla direzione verso cui è orientato.
Consideriamo, ad esempio, il termine greco per “profondo desiderio”, ἐπιθυμία (epithymía), che può riferirsi sia ai desideri insoddisfatti della carne sia ai desideri insoddisfatti dello spirito, il quale dovrebbe anelare ad una maggiore presenza divina. Gesù stesso usò questo termine quando disse: “Ho desiderato ardentemente (epithymía) mangiare questa Pasqua con voi prima di soffrire” (Luca 22:15). Lo stesso termine è impiegato per descrivere il desiderio di Paolo di rinnovare la comunione con i tessalonicesi (1 Tessalonicesi 2:17) o il buon desiderio dell’uomo che aspira all’ufficio di vescovo (1 Timoteo 3:1), desiderio che Paolo definisce cosa buona. Inoltre, può indicare il profondo anelito espresso in Ebrei 6:11, dove Luca esorta la Chiesa a ricercare Cristo con diligenza.
In Galati 5:16-17, il termine epithymía viene impiegato sia per descrivere il desiderio della carne incline al peccato, sia per esprimere il desiderio dello Spirito Santo volto alla giustizia interiore.
Allo stesso modo, la parola greca ἐπιποθέω (epipothéō) può riferirsi sia ai desideri empi della carne sia ai desideri santi che lo Spirito Santo nutre per la nostra santificazione (Giacomo 4:5). Questo stesso verbo compare quando Pietro comanda ai credenti di desiderare ardentemente la Parola di Dio, proprio come un neonato brama con fame il latte materno (1 Pietro 2:2).
Credo che il punto sia ormai chiaro e non desidero annoiarvi con ulteriori esempi di insoddisfazione santa nella Scrittura. Il concetto fondamentale è che, quanto più desideriamo il regno di Cristo, la sua potenza, la sua gloria e la sua provvidenza, tanto meno le cose di questo mondo avranno presa sul nostro cuore. E quanto più cerchiamo prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, tanto più saremo soddisfatti nel ricevere da lui le cose materiali che i pagani inseguono. Saremo appagati della nostra casa, della nostra famiglia, del nostro lavoro e di ogni bene che Dio ci concederà.
Era necessario fornire questo quadro introduttivo per comprendere il problema principale della Chiesa di Sardi.
La comunità di Sardi sembrava priva di passione e di iniziativa nel far avanzare il regno di Cristo. Ciò di cui i suoi membri avevano realmente bisogno era una santa insoddisfazione rispetto alla loro condizione. Quei credenti avevano finito per sentirsi pienamente a loro agio con i ministeri esistenti, il livello di santificazione raggiunto, le conoscenze acquisite e i successi conseguiti. Non vi era in loro alcun senso di santa insoddisfazione riguardo al proprio stato personale, alla vita della chiesa o alla condizione del mondo.
In questo loro atteggiamento, sembravano esprimere non l’ideale biblico di contentezza, ma, più che altro, quello stoico. Per gli stoici, infatti, la contentezza consisteva nell’assenza di ogni desiderio. Un simile approccio si traduceva in inerzia, mancanza di visione, assenza di iniziativa e autocompiacimento. Ma questa concezione è lontana da ciò che insegna la Scrittura.
A. W. Tozer sottolineò che, fatta eccezione per la rigenerazione, proprio questo aspetto rappresentava la principale differenza tra Giacobbe ed Esaù. La distinzione tra loro non risiedeva nel fatto che uno peccasse e l’altro no, né nel fatto che uno si dichiarasse credente e l’altro no. Entrambi adoravano il vero Dio. Non era nemmeno che Giacobbe fosse privo di avarizia mentre Esaù ne fosse schiavo: entrambi, infatti, nutrivano desideri peccaminosi.
La differenza fondamentale stava nel fatto che Giacobbe non era soddisfatto di ciò che vedeva in sé stesso, mentre Esaù era pienamente compiaciuto della propria condizione. Tozer scrisse:
Giacobbe provava una grande insoddisfazione e un profondo disagio verso sé stesso, uniti ad un ardente desiderio di Dio nel suo intimo… Giacobbe era immerso nel peccato, ma non tanto da essere trascinato in un’altra realtà di vita. Esaù, al contrario, non era così profondamente immerso nel peccato, ma era soddisfatto di ciò che aveva. La cosa peggiore che si possa dire di Esaù è che si sentiva spiritualmente appagato, ed è proprio ciò che finì per essere la sua condanna.
Analogamente, credo che il giudizio più severo nei confronti della chiesa di Sardi sia che essa fosse spiritualmente soddisfatta. Questa condizione la stava conducendo alla rovina, a meno che non si fosse destata. Sardi conservava una forma di pietà, ma mancava della vita dello Spirito al suo interno. Qual è, dunque, la soluzione quando una chiesa si trova in uno stato di apatia, priva del desiderio di crescere, ripiegata su sé stessa e paralizzata dall’inerzia? Andiamo a vedere quali contromisure adottare.
Guardare a colui che dona la vita: l’unica risposta alla nostra mancanza di vita spirituale (v. 1a)
Ascoltare la sua Parola
La prima azione da compiere è rivolgere lo sguardo a Dio, il Donatore della vita, e invocarne l’aiuto. Il cristianesimo non consiste nel sollevarsi con le proprie sole forze, ma nel rispondere alla grazia divina. In questa lettera vediamo Dio stesso prendere l’iniziativa nel rivolgersi alla Chiesa, i cui membri nemmeno si rendevano conto di avere un problema. È stato, dunque, necessario l’intervento di Dio.
Il versetto 1 recita: “All’angelo della chiesa di Sardi scrivi…”. Le Sacre Scritture sono un dono della grazia e rappresentano il principale strumento attraverso cui poter crescere nella fede. Quando percepiamo che il nostro cammino cristiano sta diventando formale e privo di vita, invochiamo Dio affinché ci parli attraverso la Sua Parola.
Riconoscere che gli anziani sono messaggeri (strumenti), non la soluzione
La seconda cosa che dobbiamo comprendere è che gli anziani sono messaggeri, non la soluzione. Essi sono strumenti, non il Donatore della vita. Nel caso della chiesa di Sardi, il messaggero stesso era spiritualmente privo di vita, con la morte utilizzata come una potente metafora per esprimere la sua inattività spirituale. Personalmente, ritengo che si tratti di un’immagine forte e non di un’affermazione letterale di mancata rigenerazione. Tuttavia, ciò che deve rimanere chiaro è il concetto fondamentale: non possiamo in alcun caso sostituire i messaggeri a Dio.
Gli anziani e i pastori non sono il vostro Salvatore; il loro compito è indicarvi il Salvatore. Non hanno la capacità di consigliarvi in modo perfetto, di guidarvi senza errore o di trasformarvi. Il loro ruolo è quello di essere portavoce della Parola di Dio e di pregare affinché essa operi un cambiamento profondo nelle vostre vite. Troppo spesso, le persone si rivolgono alle loro guide spirituali con l’aspettativa che possano risolvere i problemi del loro matrimonio, dei loro figli o di altri aspetti della loro esistenza. Ma, fratelli e sorelle, noi non siamo i riparatori: siamo soltanto messaggeri del Grande Riparatore. La vostra fede deve essere riposta in lui e in lui soltanto.
Uno degli aspetti problematici del fenomeno dei “pastori celebrità” è proprio il rischio che le persone concentrino la propria fede su di loro anziché su Gesù. È fondamentale ricordare che ogni guida spirituale è solo un tramite e che la vera trasformazione viene dal Signore.
Essere ripieni dello Spirito Santo
In terzo luogo, dobbiamo chiedere a Gesù di riempirci dello Spirito Santo. Il versetto 1 prosegue dicendo: “Questo dice Colui che ha i sette spiriti di Dio”. La “sindrome di Sardi” non si lascia risolvere semplicemente migliorando i programmi di chiesa, offrendo musica e ministeri di qualità superiore o perfezionando la predicazione. La soluzione indicata da Cristo per rivitalizzare la Chiesa nel proprio intimo consiste nel riempirla nuovamente dello Spirito Santo.
Cristo utilizza qui la metafora dei sette spiriti per esprimere questo concetto. In Apocalisse 1:4, ricorderete, Giovanni aveva già enfatizzato l’unità dello Spirito, definendolo “settiforme” e usando un verbo al singolare: nel testo originale, infatti, si legge “i sette spiriti è” (anziché sono) ad indicare un’unica realtà. In questo passaggio, comunque, l’attenzione è posta sul numero sette, che nella simbologia biblica rappresenta la pienezza. Qui Giovanni sottolinea, dunque, la pienezza dello Spirito Santo, che Cristo solo può concedere alla Chiesa. In Atti 4, quando la comunità dei credenti fu nuovamente riempita dello Spirito Santo, iniziarono ad accadere eventi straordinari. Allo stesso modo, se vogliamo essere ripieni dello Spirito, dobbiamo accostarci a Cristo con fede.
A questo proposito, vale la pena notare come questo versetto offra un chiarimento sulla controversia relativa alla clausola Filioque, che nel 1054 d.C. contribuì alla divisione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Noi concordiamo con la posizione occidentale, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, e dissentiamo dall’Oriente, che sostiene la sua processione dal solo Padre. Non entrerò nel dettaglio delle profonde implicazioni teologiche di questa differenza né nelle ragioni per cui essa ha portato ad una maggiore libertà in Occidente e ad un maggior centralismo in Oriente, ma segnalo a tal proposito un eccellente articolo di Bojidar Marinov, il cui link potrete trovare nelle note della trascrizione di questo sermone[2].
In ogni caso, nei Vangeli Gesù stesso afferma di dare ed inviare lo Spirito Santo. Dunque, non è solo il Padre a donarlo, ma il Padre e il Figlio insieme. Questo passaggio ci mostra che Cristo possiede lo Spirito Santo in pienezza ed è lui la soluzione per la Chiesa.
Gridare a Colui che tiene nelle sue mani la guida della Chiesa
Ricordate, è Gesù a tenere le sette stelle nella sua mano. Nel capitolo 1 si afferma che queste stelle rappresentano i sette messaggeri umani, che io intendo essere i moderatori dei sette presbiteri cittadini. Poiché essi sono nella mano di Cristo, ritengo che ciò indichi che la morte spirituale del messaggero di Sardi non fosse totale e che egli fosse effettivamente rigenerato. Dopotutto, i versetti 2 e 3 suggeriscono che possedeva ancora una certa vitalità spirituale e che doveva mantenere saldamente ciò che aveva già ricevuto. Per questo motivo, ritengo che si trattasse di un credente salvato, sebbene alcuni commentatori offrano interpretazioni differenti.
Questa riflessione sottolinea un principio fondamentale: quando Cristo dichiara “senza di me non potete fare nulla”, non si rivolge esclusivamente agli apostoli, ma a tutti i credenti, e in modo particolare ai leader della Chiesa.
Quando i consigli di chiesa cercano di ravvivare una comunità in declino, spesso si affidano a seminari sulla crescita ecclesiale che impartiscono lezioni su strategie e programmi, su tecniche di sviluppo dell’intelligenza emotiva e della leadership, su miglioramenti estetici degli edifici, su metodi per rendere la scuola domenicale più accogliente e molte altre iniziative simili. Ma tutto ciò, dobbiamo dirlo, non porta da nessuna parte. Giovanni ci invita, invece, a rivolgere lo sguardo a Cristo e a ricevere da lui una grazia rinnovata. Qualsiasi tentativo che non scaturisca da Cristo rappresenta una falsificazione: un’illusione di vita – proprio ciò che stava sperimentando la chiesa di Sardi.
Se nel nostro cammino di fede ci sentiamo aridi e sterili, seguiamo l’esempio di Davide e gridiamo a Dio affinché ci doni nuova vita. Imploriamo da lui l’acqua viva. Chiediamogli la sua potenza. Supplichiamolo di riempirci con la pienezza dello Spirito, affinché nel nostro cuore possa nuovamente risuonare il grido: “Abbà, Padre”. Solo Dio è la vera risposta per una chiesa priva di vita.
Cose in noi che ostacolano o favoriscono il nostro cammino in unione con Gesù per la potenza dello Spirito (v. 1b)
L’affaccendamento può mascherare il vuoto (“Conosco le tue opere”)
Ma Giovanni prosegue descrivendo diversi aspetti della nostra vita che possono impedirci di camminare nella potenza dello Spirito oppure aiutarci a trovare in noi la vita dello Spirito. Il primo elemento che menziona consiste in un ostacolo. Egli dice: “Conosco le tue opere”. A Sardi, evidentemente, vi era un’abbondanza di ministeri. Forse era proprio questa ricchezza di attività a rendere la chiesa soddisfatta di sé e cieca rispetto alla propria condizione di morte spirituale. Dio è, però, ben capace di vedere oltre le apparenze e un intenso affaccendamento può facilmente nascondere un vuoto interiore.
Il pastore e autore Chuck Swindoll una volta ebbe a dire quanto segue:
L’affaccendamento… sostituisce una frenesia superficiale ad un’amicizia profonda. Nutre l’ego, ma affama l’uomo interiore. Riempie un calendario, ma rompe una famiglia. Coltiva un programma che nasconde le priorità. Molte chiese si vantano dei propri programmi attivi – offrono a tutti qualcosa, per ogni sera della settimana. Che vergogna! Con buone intenzioni, l’assemblea locale può creare proprio quell’atmosfera che, in realtà, dovrebbe impegnarsi ad osteggiare.
Spesso, l’affaccendamento diventa una maschera dietro cui si cela una spiritualità priva di vita. Se troviamo più semplice essere occupati piuttosto che pregare, dovremmo riconoscere in questo un primo segnale d’allarme.
La nostra buona reputazione può renderci ciechi rispetto alla nostra reale condizione di bisogno spirituale (“Hai fama di essere vivo”)
In secondo luogo, quando gli altri ci percepiscono come persone spiritualmente solide, rischiamo di smettere di perseguire con zelo la nostra chiamata celeste. Una buona reputazione può, infatti, impedirci di riconoscere la nostra vera condizione spirituale. Questo è particolarmente vero quando la nostra coscienza è più incline a rispondere alle opinioni altrui piuttosto che alla volontà di Dio. Non dobbiamo desiderare una coscienza meramente sociale, ma una coscienza viva e sensibile alla voce di Dio.
In effetti, una buona reputazione può indurci a rilassarci e a non renderci conto delle nostre effettive necessità spirituali. Gesù ammonisce la chiesa di Sardi con le parole: “Hai fama di essere vivo” o, secondo altre traduzioni, “Hai la reputazione di essere vivo”. E i fedeli di Sardi sembravano accontentarsi di questa percezione esterna.
Il punto cruciale è questo: se ciò che ci sta più a cuore è la lode degli uomini, una volta ottenuta, essa può facilmente impedirci di andare più a fondo nella nostra relazione con Dio.
Il ministero svolto senza la forza di Cristo è morto (“…ma tu sei morto”)
In terzo luogo, un ministero esercitato senza la forza di Cristo è privo di vita, indipendentemente da quanto possa apparire meraviglioso agli occhi degli uomini. Gesù afferma che la chiesa di Sardi aveva la reputazione di essere viva, ma la realtà viene espressa con forza alla fine del versetto 1 quando leggiamo: “…ma tu sei morto”.
Ora, come già accennato, non è necessario intendere questa dichiarazione come un riferimento ad una morte spirituale assoluta, come se quella comunità fosse interamente composta da individui non rigenerati, sebbene ciò sia possibile. Poiché il testo prosegue esortando a “rafforzare le cose che rimangono” (Ap. 3:2), ritengo più probabile che si trattasse di veri credenti; ciò implica che in loro vi fosse ancora qualcosa che proveniva realmente da Dio. Tuttavia, il problema di Sardi era che agivano senza permettere alla vita di Cristo di manifestarsi attraverso di loro, mostrando ben poche evidenze dell’opera dello Spirito Santo nei loro cuori. Ma senza Cristo e senza lo Spirito, ogni sforzo risulta privo di valore ed è destinato a morire.
Crediamo davvero alla dichiarazione di Cristo, “senza di me non potete far nulla”, di Giovanni 15:5? Egli la rivolge a credenti. Dubito, purtroppo, che la maggior parte dei cristiani ne sia pienamente convinta. Il fatto è, però, che un senso di autosufficienza conduce inevitabilmente alla sindrome di Sardi: un ministero non potenziato dallo Spirito, preghiere prive della sua unzione, consigli basati sulla saggezza umana piuttosto che sulla guida divina.
Nel momento in cui avvertiamo che il nostro servizio è ridotto ad un mero sforzo umano, privo di potenza soprannaturale, è il momento di pregare per essere nuovamente riempiti dello Spirito Santo. A tale scopo, nei miei opuscoli L’ora di preghiera e Guerra spirituale ho riportato alcune preghiere specifiche. Vorrei leggervene un breve estratto:
Padre, la tua Parola promette che, se chiediamo lo Spirito, tu ce lo darai molto più prontamente di quanto i genitori diano cose buone ai loro figli. Faccio mio il “quanto più” di Luca 11:13 e ti chiedo oggi una porzione abbondante della presenza dello Spirito Santo. Ho bisogno di lui, perché tu mi hai comandato: “Camminate secondo lo Spirito” (Gal. 5:16) in ogni cosa. Aiutami a “cantare con lo Spirito” (1 Cor. 14:15), ad “adorare per lo Spirito” (Fil. 3:3) e a “rallegrarmi nello Spirito Santo” (1 Tes. 1:6; Rom. 14:17). Ti prego, aiutami a “pregare mediante lo Spirito” (Giuda 20; Ef. 6:18), perché non so pregare come si conviene (Rom. 8:26). Aiutami ad “amare nello Spirito” (Col. 1:8), ad essere “guidato dallo Spirito” (Mat. 4:1; Rom 8:14; Gal. 5:18), “mosso dallo Spirito” (Luca 2:27), “spinto dallo Spirito” (Atti 20:22) e ad avere la mia “mente controllata dallo Spirito” (Rom. 8:6).
Quando comprendiamo che nulla di ciò che facciamo può essere gradito a Dio se non è compiuto nella potenza dello Spirito, attraverso Cristo e per la gloria del Padre, il nostro cuore inizia a desiderare di più della sua presenza. E quando sperimentiamo la gioia profonda, la pace, l’amore e la potenza che Gesù ci dona mediante lo Spirito, nasce in noi il desiderio di riceverne sempre di più.
Non accontentiamoci di un cristianesimo arido e sterile. Non accontentiamoci di una fede che anche un fariseo potrebbe vivere. L’intero scopo del Sermone sul Monte è spingerci oltre questa condizione, affinché possiamo camminare nella dimensione soprannaturale della vita cristiana. Solo questa è vita autentica.
Mancanza di vigilanza (v. 2a)
Il versetto 2 si apre con l’esortazione: “Svegliati!”, un invito chiaro a mantenere un atteggiamento di costante attenzione e prontezza. Siamo chiamati a rimanere vigili nel contrastare l’inerzia della carne, del mondo e del diavolo.
L’inerzia è la naturale tendenza a resistere al movimento e al cambiamento. È facile adagiarsi sui traguardi già raggiunti, sentendosi appagati. Tuttavia, l’apostolo Paolo non smise mai di perseguire la crescita spirituale. Persino negli ultimi anni della sua vita dichiarava di non essere ancora arrivato alla meta, ma di continuare a protendersi verso la sua chiamata celeste (Fil. 3:13-14). Allo stesso modo, siamo esortati a rimanere vigili contro tutto ciò che ostacola il nostro progresso nella fede e nel cammino con Dio.
Mancanza di rafforzamento di ciò che già possediamo (v. 2b)
In quinto luogo, trascurare di consolidare ciò che abbiamo già ricevuto rappresenta un serio ostacolo alla crescita spirituale, poiché nella vita cristiana non esiste neutralità, non esiste la possibilità di fermarsi semplicemente: o si avanza o si arretra.
Il versetto 2 prosegue con l’esortazione: “Rafforza ciò che resta…”. Questo implica che sia il pastore sia la chiesa di Sardi possedevano ancora alcuni elementi positivi, ma non erano stati in grado di consolidarli e di edificare ulteriormente su di essi.
Ogni aspetto di questa ammonizione costituisce un chiaro invito a non accontentarsi mai dello stato spirituale raggiunto, ma a tendere costantemente verso una più profonda pienezza in Cristo.
Gettare via le opportunità (v. 2c)
Esaminiamo ancora il versetto 2: “Rafforzate le cose che restano e che stanno per morire…”. Quando siete stanchi, diventa facile abbandonare le pratiche che un tempo facevano parte della vostra vita spirituale. Se poi avete rattristato lo Spirito, il rischio di smettere diventa ancora maggiore.
Chiedetevi: cosa siete stati tentati di trascurare o abbandonare? Il tempo di devozione personale? La preghiera? La memorizzazione e la meditazione della Parola? Il discepolato dei vostri figli? L’esprimere amore al coniuge in modo concreto? L’ospitalità? Forse lo Spirito Santo vi sta richiamando a qualcosa di specifico. Se un tempo compivate certe opere con zelo ed ora le avete accantonate, è il momento di chiedervi: avete davvero una ragione valida per averle trascurate?
Non svolgere il ministero coram Deo (v. 2d)
Il settimo punto riguarda il rischio di non svolgere il ministero coram Deo, ossia davanti al volto di Dio. Il versetto 2 prosegue dicendo: “…poiché non ho trovato le tue opere compiute davanti al mio Dio”. Quella chiesa aveva opere. Il versetto 1 lo afferma chiaramente. Aveva molti ministeri, eppure non erano compiuti per il Padre, né con un senso della sua presenza, né per la sua gloria.
Se foste onesti con voi stessi, questi versetti potrebbero descrivervi almeno in parte. Posso dirlo perché hanno riguardato anche me, a fasi alterne, nel corso del tempo. E oserei dire che persino l’apostolo Paolo, in certi momenti, ha dovuto lottare con queste stesse realtà, proprio come il re Davide. Ecco perché Paolo sentiva il bisogno di continuare a spingersi verso Cristo.
Il punto non è lasciarsi sopraffare dal senso di colpa o sforzarsi di più con le proprie forze. La questione centrale è: su cosa è focalizzata la vostra fede? È rivolta a voi stessi e ai vostri sforzi? Oppure è radicata in Cristo? La chiave risiede nel pentimento e nella scelta di vivere per fede in lui.
Dimenticare ciò che abbiamo già ricevuto da Cristo (v. 3a)
La frase successiva del versetto 3 – “Ricorda, dunque, quanto hai ricevuto e udito…” – richiama l’inizio del cammino di fede della chiesa di Sardi. L’anziano della chiesa e la comunità stessa avevano ricevuto molto da Cristo in passato, segno che avevano vissuto una fede autentica. Tuttavia, qualcosa aveva bloccato quello slancio.
Talvolta, ricordare ciò che abbiamo vissuto in passato può risvegliare in noi il desiderio di ritrovare quella pienezza spirituale. Per questo motivo, Gesù invita a ricordare: perché il ricordo può generare una santa insoddisfazione per lo status quo. Se non siete pienamente soddisfatti di dove vi trovate oggi nella vostra vita spirituale, allora siete già in un buon punto di partenza. È il segnale che il vostro cuore è pronto a desiderare di più di Cristo.
Non serbare quanto ricevuto e udito (v. 3b)
Proseguendo nel versetto 3, troviamo un’esortazione di Cristo a serbare, a custodire gelosamente ciò che abbiamo ricevuto e udito. È fin troppo facile abbandonare il nostro patrimonio spirituale per un nonnulla. Basta un’attrattiva mondana per spingerci a lasciar andare i tesori spirituali, nel tentativo di afferrare qualcosa di effimero e privo di valore eterno.
A volte, sacrifichiamo la nostra intimità con Cristo pur di assecondare il ritmo frenetico imposto dagli uomini e dai loro sistemi. Satana è abile nel distrarre ed ingannare: dispone di innumerevoli strategie per impedirci di serbare ciò che conta davvero. Alla fine della vostra vita, sul letto di morte, cosa vorreste aver custodito con fermezza? È questa la domanda su cui non mancare di riflettere con attenzione.
Il richiamo di Dio al pentimento (v. 3b)
Il richiamo di Dio è chiaro e diretto: “Ravvediti”. Non ci impone di scontare una penitenza, né di compiere atti di espiazione. No, egli ci invita semplicemente a compiere una svolta radicale, un cambiamento di direzione a 180 gradi: questo è il vero significato del pentimento. Pentirsi significa abbandonare la via sbagliata e tornare a camminare nella fede, perseguendo Cristo.
A tal proposito, trovo particolarmente utile il libro del teologo e pastore Jack Miller, Repentance and the Twentieth Century Man, nel quale l’autore sottolinea come il pentimento non sia un atto da compiere una tantum, ma una chiamata quotidiana che accompagna l’intera vita del credente.
Il richiamo di Dio ad evitare il giudizio (v. 3c-e)
Ora, il testo ci porta a considerare l’alternativa al ravvedimento. Infatti, il versetto 3 prosegue e si conclude con un severo avvertimento: “Se non veglierai, verrò su di te come un ladro, e non saprai in quale ora giungerò”. Dio ci ama troppo per consentirci di perseverare in un cammino di morte. Egli ci ha destinati alla vita.
In Giovanni 10:10 leggiamo: “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere [queste, tipiche azioni diaboliche]; io sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. È questo il nostro vero destino in Cristo. Perciò, Dio non ci lascerà mai tranquilli ed appagati in una condizione di morte spirituale. Se siamo suoi figli, egli ci disciplinerà affinché torniamo a camminare nella pienezza della vita che solo lui può donarci.
È importante lasciare che l’esempio di altri credenti susciti in noi amore e buone opere (vv. 4-5)
Sebbene siamo chiamati a riporre la nostra fiducia unicamente in Dio per ricevere grazia, è importante ricordare come egli stesso abbia stabilito alcuni strumenti adatti a mantenere viva la nostra fede. Uno di questi è la comunione fraterna tra credenti. Dall’Epistola agli Ebrei apprendiamo che lo scopo stesso della comunità cristiana è la reciproca edificazione, affinché ciascuno possa spronare l’altro all’amore e alle buone opere.
Non spetta solo ai ministri far sì che i credenti mantengano lo sguardo fisso su Cristo: è una responsabilità condivisa dall’intera comunità. L’esempio dei fratelli nella fede è un mezzo potente di incoraggiamento, proprio come i carboni ardenti in un braciere: finché rimangono uniti, l’uno accanto all’altro, continuano a brillare; ma se vengono dispersi, si raffreddano rapidamente.
In Ebrei 10:24-25 leggiamo: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere. Non abbandoniamo la nostra comune adunanza, come alcuni sono soliti fare, ma esortiamoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno”.
Trascurando questo aspetto della vita cristiana, il rischio di cadere diventa altissimo. Per questo vale la pena soffermarsi a riflettere su come il residuo fedele della comunità di Sardi, sfruttando un’eventuale sincera apertura da parte dei propri fratelli, avrebbe potuto rappresentare un importante strumento di incoraggiamento e di risveglio per l’intera chiesa.
A Sardi vi erano persone con una santa insoddisfazione
Spingendosi verso la santità (vv. 4-5)
Infatti, a Sardi non mancavano credenti portatori di una santa insoddisfazione. Ai versetti 4 e 5 si legge: “Tuttavia, hai a Sardi alcune persone che non hanno contaminato le loro vesti; esse cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degne. Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche e io non cancellerò il suo nome dal Libro della Vita; confesserò il suo nome davanti al Padre mio e ai suoi angeli”.
Che dire – noi siamo fermamente determinati a far parte di questo gruppo, vero? Desideriamo essere annoverati tra coloro di cui Dio non si vergogna. Si tratta, senza dubbio, di persone che perseguivano con costanza la santificazione.
Spingendosi verso il favore di Dio (vv. 4-5)
E di persone che perseguivano con costanza il favore di Dio, desiderando ardentemente udire dalle sue labbra: “Ben fatto, servo buono e fedele”, piuttosto che cercare la lode degli uomini.
Vincitori (v. 5)
Essi sono i vincitori. Pur affrontando le stesse tentazioni dell’apatia, dell’inerzia e dell’abbandono della lotta che avevano travolto la maggior parte della loro comunità, non si lasciavano sopraffare. Le difficoltà non erano assenti, ma ciò che li distingueva era la loro determinazione a combattere la buona battaglia della fede. Tra i credenti di Sardi vi erano dunque persone animate da una santa insoddisfazione per la loro condizione personale, per le loro famiglie, per la loro chiesa e per il mondo circostante. Desideravano con forza una maggiore manifestazione del regno di Dio e della sua giustizia, e per questo erano risolute a dar battaglia.
A Sardi vi erano persone che godevano dell’approvazione di Dio
E Dio considera tali credenti degni. Ma come si concilia questo con le dichiarazioni di Paolo, Isaia, Geremia e di tanti altri uomini pii, che ammettevano di essere miseri peccatori? Essere degni significa forse essere senza peccato? No, affatto! Essere degni davanti a Dio significa rimanere in un costante atteggiamento di pentimento, rivestendosi ogni giorno della giustizia di nostro Signore ed affidandosi interamente a lui.
Senza contaminare la giustizia di Cristo (vv. 4-5), ma camminando costantemente nella dignità delle vesti di Cristo (v. 4).
Infatti, le vesti bianche menzionate nel versetto 4 sono simbolo della giustizia di Cristo. Ma se le vesti rappresentano la sua giustizia, cosa significa allora l’affermazione che solo “alcune persone non hanno contaminato le loro vesti”? In che modo si può contaminare la giustizia di Cristo?
Ci sono due possibili interpretazioni. Se le vesti si riferiscono esclusivamente alla giustificazione – ovvero al fatto che, per grazia, siamo legalmente considerati giusti come se non avessimo mai peccato – allora contaminarle significherebbe abusare di questa giustificazione, usandola come pretesto per peccare. Tuttavia, se le vesti rappresentano sia la giustizia imputata di Cristo (la giustificazione) sia quella da lui impartita (la santificazione), allora il riferimento potrebbe essere a quest’ultima, ossia alla responsabilità di purificarsi quotidianamente. In questo senso, contaminare le vesti significherebbe trascurare questo impegno alla crescita nella santità.
Poiché la parola greca tradotta con “contaminato” è μολύνω (molýnō), termine che il dizionario definisce come “essere ritualmente in uno stato di impurità”, è possibile dedurre che questa espressione abbia allora a che fare con le dinamiche della santificazione. È importante ricordare come il libro dell’Apocalisse sia ricco di metafore legate al tempio dell’Antico Testamento.
Nell’Antico Testamento, chi era ritualmente impuro non poteva entrare nel tempio per presentare le proprie richieste davanti al trono di Dio. Questo non significava che avesse perso la salvezza, ma semplicemente che si trovava in uno stato di impurità rituale. Per poter accedere nuovamente al tempio, doveva purificarsi secondo le prescrizioni della Legge. Allo stesso modo, 1 Pietro 3:7 ammonisce i mariti affinché non pecchino contro le loro mogli, “affinché le vostre preghiere non siano impedite”. La conversione introduceva le persone nel patto, ma la purezza rituale simboleggiava il loro bisogno di purificazione quotidiana.
Questa prospettiva porta alcuni commentatori a ritenere che il primo gruppo di cristiani fosse influenzato dall’antinomismo, una corrente che negava la necessità di una purificazione continua. A tal proposito, può essere utile ricordare l’episodio in cui Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Pietro, inizialmente riluttante, si oppone al gesto, ma Gesù gli risponde: “Se non ti lavo, non hai parte con me” (Gio. 13:8). A quel punto, Pietro esagera e chiede di essere lavato interamente. Gesù allora precisa: “Chi è lavato tutto non ha bisogno d’altro che di lavarsi i piedi, ma è mondo tutto quanto; e voi siete mondi, ma non tutti” (Gio. 13:10).
Il lavaggio dei piedi simboleggia la purificazione quotidiana dal peccato. Trascurarla significa non vivere autenticamente da cristiani. Chi ignora questo processo può cadere in uno stato di morte spirituale temporanea, ma Gesù avverte che senza questa purificazione continua, non si può avere parte in lui. I veri cristiani riconoscono i propri peccati, si pentono e permettono a Cristo di lavarli ogni giorno.
Questo principio si applica anche alla perseveranza dei santi. La perseveranza è il naturale contrappeso della preservazione dei santi da parte di Dio: Dio preserva tutti i suoi eletti fino al cielo e la mancanza di perseveranza da parte nostra è segno della mancanza della sua preservazione. In altre parole, chi non persevera dimostra di non appartenere realmente a Cristo. Non si può separare l’opera di preservazione di Dio dalla nostra chiamata a perseverare nella fede.
Il nome non cancellato dal Libro della Vita (v. 5b) – Alcune interpretazioni comuni
E credo che quanto appena detto ci aiuti a ben intendere la frase successive del verso 5. Si tratta di una frase che ha suscitato numerose controversie all’interno del cristianesimo: “E non cancellerò il suo nome dal Libro della Vita”.
Molti interpretano queste parole come un’indicazione del fatto che il peccato possa farci perdere la salvezza. Senza entrare nei dettagli di ogni aspetto della questione, vorrei presentare rapidamente tre interpretazioni comuni, che ritengo errate, prima di esporre quella che considero corretta.
La prima interpretazione sostiene che i veri credenti possano perdere la loro salvezza. Chi aderisce a questa visione fatica ad accettare il concetto di “certezza della salvezza” e spesso vive nell’ansia di dover essere “salvato continuamente”.
Le altre due interpretazioni, pur essendo opposte alla prima, sono ugualmente errate. Entrambe derivano dalla dottrina del “una volta salvati, sempre salvati”, ma la distorcono fino a sostenere che si possa peccare liberamente e, ciononostante, essere comunque destinati a vita eterna. Questa visione porta ad una falsa certezza, che ignora la necessità della santificazione.
Invece, la mia posizione – condivisa dalla maggior parte degli insegnanti riformati – è che la vera certezza della salvezza si ottenga solo perseverando nella ricerca di Cristo, “l’autore e il compitore della nostra fede”, come leggiamo in Ebrei 12:2. Da un lato, crediamo fermamente che i veri credenti non possano mai perdere la loro salvezza; dall’altro, riteniamo che nessun vero credente possa rimanere nella passività senza cercare costantemente Gesù.
Esaminiamo dunque più da vicino queste tre visioni.
Prima spiegazione errata: l’idea che persone veramente salvate e rigenerate possano perdere la loro salvezza è confutata sia dal “non” presente nel versetto 5, sia dalle numerose promesse di Cristo in Gio. 3:16; 5:24; 6:35-40; 10:27-29, oltre che da altri passi scritturali come Rom. 5:8-10; 8:28-39; Ef. 1:4-14; 1 Tess. 5:23-24.
Vi sono, innanzitutto, i cosiddetti “arminiani coerenti”, ovvero coloro che accettano tutti e cinque i punti della teologia arminiana. Essi interpretano questo versetto come un’affermazione secondo cui individui realmente salvati, rigenerati e giustificati possano perdere la loro salvezza, ritenendo che la cancellazione dei loro nomi dal Libro della Vita simboleggi la loro condanna definitiva nel giorno del giudizio.
A questa posizione si può rispondere immediatamente osservando che il versetto in questione in Apocalisse non afferma che persone autenticamente salvate possano vedere il proprio nome cancellato dal Libro della Vita. Al contrario, assicura ai vincitori che i loro nomi non saranno mai cancellati, senza però offrire la stessa certezza a coloro che non perseverano nella fede. Il testo si rivolge esclusivamente ai veri credenti, garantendo loro che la perdita della salvezza non è una possibilità.
Nelle Scritture non mancano passi che dimostrano come sia impossibile per gli eletti perdere la salvezza. È vero che esistono persone che, pur sembrando autentici cristiani, finiranno per essere condannate, ma Giovanni 3:16 afferma chiaramente che chiunque crede in Gesù ha la vita eterna. Ed eterna significa che non può essere persa; altrimenti, non sarebbe davvero tale. Giovanni 6:39-40 ribadisce questa certezza: “Questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di tutto ciò che Egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna, e io stesso lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
Dunque, tutti coloro che nella storia hanno veramente creduto saranno risuscitati alla vita nell’ultimo giorno, e Gesù non perderà nessuno. Anche Giovanni 10:27-29 conferma questa verità: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna, e non periranno mai; nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti, e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio”.
A questo punto, alcuni arminiani obiettano: “Sì, nessuno può strapparle dalla mano del Padre, ma possono saltare fuori da sole”. Tuttavia, la frase precedente afferma chiaramente “non periranno mai”, escludendo tale possibilità. Inoltre, questa interpretazione contraddirebbe la “catena della redenzione” di Romani 8:28-39, che descrive il piano salvifico di Dio come un processo ininterrotto: “Poiché quelli che ha preconosciuti, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo […]. E quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati” (Rom. 8:29-30).
Ogni persona predestinata è anche chiamata, ogni chiamato è giustificato ed ogni giustificato sarà glorificato. Il testo non lascia spazio ad eccezioni: la glorificazione è inevitabile per chi è stato giustificato. Non vi è alcun anello mancante in questa catena della salvezza.
Eppure, invece di rispondere direttamente a queste argomentazioni, gli arminiani sollevano un’altra obiezione, appellandosi ad Ebrei 6 e dicendo: “Non si dice forse in quel capitolo che è impossibile rinnovare al pentimento coloro che cadono?” È vero, il capitolo lo afferma, ma prosegue dicendo che chi è veramente salvato non apostaterà. Ebrei 6:9 dichiara: “Ma, carissimi, siamo persuasi di cose migliori riguardo a voi, cose che accompagnano la salvezza, anche se parliamo in questo modo”. In altre parole, chi è realmente salvato non si allontanerà mai definitivamente dalla fede.
Gli arminiani, però, a questo punto contesterebbero: “Ma gli apostati non vengono forse chiamati santi e credenti prima di abbandonare la fede?” Beh, la risposta è: sì; ma ciò avveniva in base ad un giudizio di carità. Finché una persona è parte della Chiesa, dev’essere trattata come un fratello nella fede; però, quando se ne allontana, Gesù stesso ha insegnato che dobbiamo considerarla “come un pagano e un pubblicano” (Matteo 18:17). Non possiamo leggere i cuori delle persone e non è nemmeno necessario farlo.
Un esempio chiaro si trova in 1 Giovanni 2:19, dove l’apostolo descrive gli apostati con queste parole: “Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma sono usciti affinché fosse manifesto che nessuno di loro era dei nostri”.
Queste persone appartenevano esteriormente alla comunità cristiana, in quanto professavano la fede e venivano riconosciute come membri del popolo santo. Tuttavia, quando apostatarono, il testo non afferma che abbiano perso la loro salvezza, bensì che non erano mai stati veramente parte della chiesa.
Un concetto analogo si ritrova in Matteo 7:21-23, dove Gesù descrive coloro che, pur avendo fatto parte dell’alleanza ed essendo stati beneficiari delle sue benedizioni – come i miracoli e i ministeri – non erano mai stati veramente eletti né realmente salvati. Il passo recita:
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. [Capite bene: non si tratta di una semplice professione di fede, ma di un’autentica trasformazione interiore che conduce all’obbedienza. Il brano prosegue così:] Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetizzato nel tuo nome, scacciato demòni nel tuo nome e fatto molti prodigi nel tuo nome?” Ma allora dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che praticate l’iniquità!”
Quindi, primo: il loro coinvolgimento nelle attività religiose non è segno di una reale appartenenza a Cristo, ma solo di una partecipazione esteriore alla vita della Chiesa. Secondo: l’iniquità manifesta l’assenza della grazia in coloro che si professano cristiani, ma che in realtà non lo sono. Terzo: l’espressione “non vi ho mai conosciuti” è inequivocabile; Gesù non dice che queste persone erano sue e poi si sono perdute, ma che non lo sono mai state – non erano veri credenti sin dall’inizio.
Ora, alcuni sostenitori della teologia di Auburn Avenue o della Visione Federale offrono un’interpretazione diversa. Essi amano citare Giovanni 15:2, dove Gesù afferma: “Ogni tralcio in me che non porta frutto lo toglie via…”. Secondo loro, questi tralci sono salvificamente uniti a Cristo, ossia sono in lui e possiedono ogni grazia concessa ai credenti, ad eccezione della grazia della perseveranza. Da questa premessa, giungono alla conclusione che un vero cristiano possa perdere la rigenerazione, la giustificazione e persino l’elezione.
Tuttavia, questa interpretazione è incompatibile non solo con i versetti già citati, ma anche con il contesto stesso di Giovanni 15, che non menziona la rigenerazione, la giustificazione o l’elezione. Il testo si limita a dire che quei tralci sono in Cristo in un certo senso, senza specificare che tale unione sia di natura salvifica.
La tradizione riformata ha storicamente interpretato questa espressione nel senso che tali individui sono pattiziamente uniti a Cristo, ovvero fanno parte dell’alleanza in modo esteriore e non interiore. Sono membri visibili della Chiesa e, fino al momento della loro apostasia, rientrano nel “noi” di cui parla 1 Giovanni 2:19. Solo in seguito diviene evidente come non siano mai stati veramente credenti.
Badate bene: non si può isolare una singola metafora ignorando tutte le altre. Considerate nel loro insieme, le parabole offrono un ritratto armonioso di Cristo e della Chiesa; prese singolarmente e fuori contesto, invece, rischiano di condurre a gravi distorsioni interpretative.
La parabola della vite e dei tralci illustra chiaramente come i falsi credenti, che non producono frutto, possano inizialmente sembrare simili ai veri credenti. Tuttavia, la loro mancanza di frutti finisce per rivelare la loro natura effettiva. “Dai loro frutti li riconoscerete”, leggiamo in Matteo 7:16.
Allo stesso modo, la parabola della zizzania e del grano trasmette un messaggio simile. La zizzania è un’erba che nelle fasi iniziali di crescita appare molto simile al grano, ma la sua vera identità viene rivelata nel tempo. Ciò non implica che il grano possa trasformarsi in zizzania e perdere la salvezza; significa piuttosto che falsi credenti e veri credenti possono apparire indistinguibili per un certo periodo.
Lo stesso principio è espresso in 2 Pietro 2:22, tramite un’immagine ancora più incisiva; vi leggiamo “Il maiale, dopo essere stato lavato, torna a voltolarsi nel fango”. Il fatto che un maiale sia stato sciacquato e profumi di pulito non ne cambia la natura: non è una pecora e, alla fine, tornerà sempre ad insozzarsi.
Alla luce di queste considerazioni, sia l’interpretazione arminiana sia la lettura proposta dalla teologia di Auburn Avenue risultano irricevibili.
Seconda spiegazione errata: l’idea secondo cui ogni essere umano abbia il proprio nome scritto nel Libro della Vita come possibilità e che solo i non credenti vedranno il loro nome cancellato. Tuttavia, questa teoria è confutata da Apocalisse 13:8 e 17:8.
Dall’altro lato, però, vi è un’estremizzazione opposta, ampiamente diffusa tra i cristiani evangelici: la cosiddetta “teoria del cristiano carnale”. Questa concezione sostiene che una semplice professione di fede garantisca l’accesso al cielo, indipendentemente dalla condotta successiva, e che anche chi abbandona il Signore sarà comunque salvato. Tale posizione si configura come un’eresia, poiché considera il pentimento un elemento facoltativo e non essenziale per la salvezza. Sebbene la giustificazione avvenga esclusivamente per fede, i Riformatori hanno sempre ribadito che la fede giustificante non è mai sola: pentimento e fede sono inscindibili, due facce della stessa medaglia. Non si può avere vera fede senza pentimento, il che implica che, pur essendo giustificati solo per fede, la salvezza è impossibile senza un autentico ravvedimento. Inoltre, la giustificazione è sempre accompagnata dalla santificazione.
Tra coloro che sostengono questa teoria, ho riscontrato due tentativi di spiegare Apocalisse 3:5. Il primo afferma che ogni essere umano abbia inizialmente il proprio nome scritto nel Libro della Vita, poiché Dio desidera che tutti siano salvati; nondimeno, nel giorno del giudizio, i nomi di coloro che non avranno riposto la loro fede in Cristo saranno cancellati. Sebbene questa interpretazione possa sembrare ingegnosa, essa si scontra con altri due passaggi dell’Apocalisse che trattano il Libro della Vita.
In Apocalisse 13:8 leggiamo: “L’adoreranno tutti gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato fin dalla fondazione del mondo”. È evidente che i loro nomi non sono mai stati scritti nel Libro della Vita, smentendo quindi tale teoria. Lo stesso concetto è ribadito in Apocalisse 17:8, confermando l’infondatezza di questa interpretazione.
Terza spiegazione errata: alcuni sostengono che nessuno potrà mai vedere il proprio nome cancellato dal Libro della Vita, interpretando la frase “non cancellerò il suo nome” in modo tale da escludere la possibilità che altri possano essere cancellati. Tuttavia, questa posizione è confutata da Apocalisse 22:19, Esodo 32:33 e Salmo 69:28.
Vi è, però, un’altra variante di questa teoria: alcuni affermano che Apocalisse 3:5 non dimostri esplicitamente che il nome di un vero credente possa essere rimosso dal Libro della Vita. E questo è vero: la frase “non cancellerò il suo nome” non implica necessariamente che altri saranno cancellati. Tuttavia, sebbene questo versetto, preso singolarmente, non fornisca una prova diretta della possibilità che un nome venga rimosso, altri passi biblici insegnano chiaramente che ciò può accadere.
Esaminiamo Apocalisse 22:19, un versetto che afferma in modo inequivocabile che alcuni avranno il loro nome cancellato dal Libro della Vita: “E se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dal Libro della Vita, dalla città santa e dalle cose scritte in questo libro”. Sono mai esistiti credenti professanti che hanno deliberatamente modificato la Scrittura? Sì. I Padri della Chiesa parlavano di eretici che, in modo intenzionale, eliminavano parti della Bibbia. Dunque, almeno queste persone hanno visto il loro nome rimosso dal Libro della Vita.
Passiamo ora ad Esodo 32:33, un passo ancora più chiaro. In questo contesto, Dio stava per sterminare gli Israeliti a causa del loro peccato e creare da Mosè una nuova nazione. Mosè, intercedendo per il popolo, chiese a Dio di cancellare il suo nome dal Libro della Vita pur di risparmiare gli Israeliti, offrendosi di prendere su di sé la loro punizione. La risposta di Dio fu categorica: “E il Signore disse a Mosè: «Chiunque ha peccato contro di me, lo cancellerò dal mio libro»”.
È importante notare che Dio dichiara esplicitamente: “…lo cancellerò dal mio libro”. Non si tratta di una teoria, ma di un’azione concreta: nomi vengono effettivamente cancellati da un libro celeste. E comunque Dio rifiuta la richiesta di Mosè di essere rimosso dal Libro, confermando che solo coloro che peccano contro di lui subiranno tale destino.
A questo punto, sorge una domanda inevitabile: se i veri credenti non possono perdere la loro salvezza e se il nome di ogni essere umano non è automaticamente scritto nel Libro della Vita, allora di chi sono questi nomi che vengono cancellati?
Dove ci porta questa riflessione?
Propongo una possibile soluzione: sembrerebbe esserci una connessione tra i registri di appartenenza al popolo del patto sulla terra e il Libro della Vita (cfr. Matteo 16:19; 18:18). In altre parole, tutti coloro che esteriormente appartengono al patto sono riportati nell’elenco di questo Libro; ma nel corso della storia molti vengono rimossi, fino a quando, nel giorno del giudizio, anche l’ultima “zizzania” all’interno del patto sarà definitivamente cancellata.
Però – è importante rimarcarlo – coloro i cui nomi verranno cancellati non erano mai stati veramente salvati sin dall’inizio (cfr. 1 Giovanni 2:19; Matteo 7:21-23; Marco 4:16-17). E tutto ciò ci porta anche a pensare a quanto sia grave e tragico vedere presunti credenti allontanarsi dal patto o vergognarsi di Cristo (cfr. Matteo 10:32-33; Ebrei 6:4-12; 10:26-39), poiché tali atteggiamenti sono rivelatori della loro reale identità: erano zizzania e non grano (cfr. Matteo 13:3-50).
È mia opinione come Dio possegga un registro di tutti coloro che fanno parte esteriormente del patto. Fin dalla fondazione del mondo, tutti coloro che sarebbero entrati formalmente in questo patto hanno avuto il loro nome scritto in questo Libro, che si configura come un documento pattizio, un atto legale. Però, tramite l’applicazione di quella che è la disciplina ecclesiale, alcuni nomi vengono rimossi nel corso della storia, e nel giorno del giudizio anche gli ultimi falsi credenti vedranno il proprio nome cancellato. Questa distinzione permette di comprendere meglio la differenza tra la chiesa visibile e la chiesa invisibile.
Senza complicare oltremodo il discorso, vorrei citare alcuni versetti a sostegno di questa mia interpretazione. In Matteo 18, Gesù comanda alla Chiesa di praticare la disciplina ecclesiale. L’ultimo passo di questo processo è la scomunica, descritta nel versetto 17: “E se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa. Ma se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano”.
Nel versetto successivo Gesù spiega la portata di questa scomunica: “In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Da ciò possiamo dedurre come una scomunica legittima non comporti soltanto la rimozione del nome dai registri della chiesa terrena, ma anche da quelli della chiesa celeste. Di conseguenza, gli angeli cessano di proteggere quella persona all’interno del patto, trattandola come estranea. Come afferma Paolo in 1 Corinzi 5:5, essa viene consegnata a Satana per la distruzione della carne, affinché possa giungere al ravvedimento. Se questa persona è realmente rigenerata, tale misura disciplinare la porterà al pentimento e la sua appartenenza al patto verrà ristabilita.
Pertanto, quando una persona non è più considerata un vero credente sulla terra, il suo nome viene rimosso anche dal registro celeste.
Ora, prescindendo dal fatto se questa interpretazione del “legare e sciogliere” sia corretta o meno, rimane comunque chiaro come cadere sotto la disciplina ecclesiale sia da considerare una questione di estrema serietà. Ancora più grave è il caso di una chiesa che diventa apostata, al punto che Cristo stesso ne sradica la testimonianza, rimuovendone il candelabro.
Non intendo affermare che la disciplina ecclesiale sia sempre perfetta o che non possano esserci veri eletti al di fuori della chiesa visibile. Ad esempio, credo che il ladrone sulla croce sia stato salvato, pur non appartenendo formalmente alla chiesa. Inoltre, ritengo che l’uomo sottoposto a disciplina in 1 Corinzi 5:5 fosse un vero credente, pur essendo stato temporaneamente escluso dalla comunità. Successivamente, infatti, in 2 Corinzi 2:6-8, vediamo Paolo esortare la chiesa ad accoglierlo di nuovo, riconoscendo che la sua punizione era stata sufficiente e che la sua anima era stata salvata.
Noi sappiamo come la Confessione di Westminster, non ha torto, affermi come “al di fuori della chiesa” non vi sia salvezza. Questo principio è lì a sottolinearci l’importanza della comunità di fede, ma non lo rende un requisito assoluto per la salvezza.
Riepilogando, quindi, la mia teoria è che il Libro della Vita sia un documento pattizio che riflette i registri di appartenenza all’alleanza sulla terra. Quando una persona subisce una legittima scomunica, il suo nome viene immediatamente cancellato dal registro celeste. Tuttavia, le zizzanie, ovvero i falsi credenti, continueranno ad esistere all’interno della chiesa visibile fino al giorno del giudizio finale. A quel punto, ogni ultima zizzania sarà rimossa dal Libro della Vita e la chiesa trionfante coinciderà esattamente con la chiesa invisibile, composta esclusivamente dai veri eletti.
Cristo non si vergogna di loro (v. 5c; Marco 8:38)
Solo i vincitori potranno far proprio ciò che afferma in Apocalisse 3:5: “…e confesserò il suo nome davanti al Padre mio e ai suoi angeli”. In Marco 8:38 vediamo Gesù pronunciare parole opposte riguardo ad altri: “Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi”.
Questo ci riporta al punto di partenza, al rimprovero iniziale rivolto da Cristo alla chiesa di Sardi. Nessuno può avere certezza della propria salvezza se manifesta la stessa morte spirituale del messaggero di Sardi o della maggior parte dei membri di quella chiesa. È probabile che alcuni di quei “non vincitori” abbiano in seguito risposto al rimprovero e siano diventati vincitori, cercando Cristo con ardore.
Ad ogni modo, la vera certezza di non essere cancellati dal Libro della Vita è cosa propria dei vincitori. Solo loro se ne avvalgono. Gli altri potrebbero essere veri credenti o meno. Solo Dio lo sa. Ma se lo sono, possiamo essere certi che Dio userà la disciplina e altri mezzi per portarli infine alla vittoria.
Lo affermo con convinzione perché 1 Giovanni 5 assicura che chiunque è veramente nato da Dio vince il mondo: “Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede”. La fede autentica è viva, si aggrappa a Cristo, persevera nella chiamata celeste e rimane focalizzata sul Signore attraverso la Parola. Certo, può capitare che si indebolisca, che talvolta appaia quasi spenta, ma alla fine verrà sempre ravvivata. Non può rimanere nella condizione di Sardi per sempre. Per definizione, chi ha una vera fede sarà infine un vincitore.
Il costante bisogno di ascoltare lo Spirito (v. 6)
Come in ciascuna delle sette lettere, Gesù conclude anche questa con un’esortazione: chi ha orecchi rigenerati presti ascolto alla voce dello Spirito Santo che parla attraverso le Scritture.
Che ciascuno di noi lo faccia con umiltà e desiderio. E mentre ci avviciniamo a Gesù, egli ci conceda di godere della piena certezza della fede. Amen!
Originale: https://biblicalblueprints.com/Sermons/New%20Testament/Revelation/Revelation%203/Revelation%203_1-6
[1] Traduzione di Wilbur Pickering, in The Sovereign Creator Has Spoken: New Testament Translation With Commentary (Licenza Creative Commons Attribution/ShareAlike Unported, 2013).
[2] https://theaquilareport.com/the-filioque-cause-why-the-west-is-west-and-the-east-is-east/